Alle origini della decrescita: l’occidentalizzazione del mondo secondo Latouche

Pubblicato il da tup

Ora che il concetto di decrescita sta conquistando una certa visibilità, grazie anche alla pubblicazione dell’ennesimo saggio di Serge Latouche (“Per un’abbondanza frugale”, già citato in questo blog), mi pare utile parlare di un testo del 1992, dello stesso autore, che costituisce in qualche modo la fondazione, o la premessa, del discorso sulla decrescita economica.

 

Il saggio s’intitola “L’occidentalizzazione del mondo. Saggio sul significato, la portata e i limiti dell’uniformazione planetaria”, e parla del grande processo attraverso il quale l’Occidente ha esportato in tutto il mondo non solo un modello economico, ma un insieme di modelli culturali e stili di vita, e soprattutto una visione del mondo. Il modello economico è quello capitalista, il modello socio-culturale corrisponde alla società dei consumi – competitiva, stratificata in classi, estremamente individualista – mentre la visione del mondo è organizzata intorno a un elemento fondamentale: lo sviluppo.

Ebbene, la piccola grande rivelazione che Latouche ci offre in questo libriccino di 160 pagine, e a cui dedica ben quattro capitoli su cinque, è la seguente: anche se ci appare come egemone e dominante, il sistema occidentale ha fallito la sua missione di uniformazione planetaria. L’uniformazione è avvenuta sul piano dell’immaginario – tutti o quasi tutti desiderano vivere come gli occidentali – ma non sul piano materiale, lasciando dietro di sé un deserto di deculturazione e sottosviluppo, punteggiato da poche isole di benessere. Molte società extra-europee hanno abbandonato stili di vita e valori culturali propri per adottare un modello che le ha relegate agli ultimi posti della gerarchia sociale, con ben pochi vantaggi.

 

Questo fallimento non rappresenta un semplice incidente di percorso sulla strada dell’occidentalizzazione del mondo, bensì ne era una logica conseguenza, forse non consapevolmente prevista, ma implicita nel concetto stesso di “sviluppo”:

 

“In effetti, il problema dello sviluppo non è quello dell’accesso a un certo livello definitivo una volta per sempre; è quello dell’acquisizione o della conservazione di uno status in un universo gerarchizzato in perpetua competizione.” (p. 99)

 

Come dire: non ci si sviluppa una volta per tutte, piuttosto si cerca costantemente di figurare tra i più sviluppati in una corsa a ostacoli infinita, tendente alla massima crescita materiale. Ma la crescita materiale è possibile solo a spese degli altri, in quanto il pianeta dispone di risorse limitate e non può sostenere l’aumento illimitato della produzione e dei consumi in tutti i paesi del mondo contemporaneamente. Il mito dello sviluppo si traduce perciò in una lotta all’ultimo sangue per conquistare una posizione egemone e ridurre gli altri al ruolo di egemonizzati.

 

Dov’è, in tutto ciò, la decrescita? Direi che si annida in un altro aspetto del fallimento occidentale. A ben vedere, ci dice Latouche, l’occidentalizzazione non si è realmente compiuta neanche sul terreno dell’immaginario, perché qua e là esistono sacche di resistenza, esperimenti alternativi, o anche semplici strategie di sopravvivenza che adottano principi e modelli del tutto estranei all’economia di mercato. Se la società capitalistica spinge all’individualismo e corrode i legami sociali, dovunque spuntano embrioni di comunità, piccole reti sociali, gruppi che basano la loro sopravvivenza proprio sull’esistenza di relazioni sociali e sui legami tra esseri umani, anziché sulle leggi del mercato. Tutte queste realtà costituiscono un prezioso pozzo da cui attingere idee e energie per rifondare la società umana, minata dalla diffusione di un modello fallimentare. Soprattutto, costituiscono risorse per tornare alla vita dopo la colonizzazione del nostro immaginario, letteralmente invaso da immagini di sviluppo, sovrabbondanza materiale, crescita, opulenza.

 

L’idea della decrescita nasce da lì: è un bricolage di consuetudini, saperi, visioni del mondo e stili di vita che hanno resistito alla colonizzazione. Consumare meno e meglio, riscoprire la dimensione locale dell’economia, curare le relazioni umane e l’arricchimento culturale, rappresentano altrettante differenze, prese di distanza da un modello che si pretende universale ma che evidentemente, a conti fatti, proprio universale non è.

 

http://www.bollatiboringhieri.it/copertine/9788833906553.jpgPer il concetto di decrescita rimando a un precedente post di questo blog. Il libro di Latouche, edito da Bollati Boringhieri, conta 160 pagine e costa 17 Euro. Il suo ultimo saggio, come promesso, sarà presto recensito su questo blog!   

 

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